n° 3 Marzo 2011 - FAMIGLIA

 

Famiglia
SE MANCA L'AFFETTO DI MAMMA E PAPÀ
di Maria Angela Masino

Bambini privati dell’amore dei genitori rischiano di diventare adulti insicuri e dipendenti affettivamente dal partner. Perché si arriva a queste situazioni e come è possibile affrontarle?

«I miei non mi hanno amato. Ho fatto di tutto per richiamare la loro attenzione: ho urlato, distrutto i mobili della mia stanza, ho preso brutti voti a scuola, li ho presi belli, ho ricevuto un premio per il miglior tema. Nulla ha scalfito la loro indifferenza. Erano sempre concentrati a parlare di soldi, a lavorare, comprare case, rivenderle, fare le loro cose… Mi sentivo un soprammobile, un oggetto abbandonato. Ho letto in un libro che l’amore dei genitori non può essere estorto con la forza. Se è mancato, il figlio si sforzerà per tutta la vita di riceverlo, non soltanto da papà e mamma, ma da ogni persona che riveste una qualche importanza per lui. Mi chiedo se è questo il motivo per cui sono dipendente, bisognosa… Vorrei sapere se da questa ferita d’amore si può guarire… Personalmente sono spesso malinconica e non so se il mio stato d’animo dipende dal mio triste passato». È quel che scrive Sonia, 33 anni, impiegata. Come lei, tante altre persone soffrono il male all’anima che proviene da antiche sofferenze che risalgono addirittura all’infanzia.

Attenzione ai favoritismi

Di tutti gli errori che i genitori possono commettere, il favoritismo e il rifiuto sono i peggiori per il peso delle conseguenze. Chi privilegia un figlio rispetto all’altro e non ammette il proprio comportamento discriminatorio, segna profondamente il bambino che non è oggetto di questo favoritismo. Le conseguenze possono essere timidezza, aggressività, disobbedienza, terrore notturno, tic, addirittura balbuzie…
Non occorre intenzionalità malevola da parte dei genitori perché il bambino si senta rifiutato. «Il piccolo può sentirsi trascurato perché il papà e la mamma sono troppo impegnati col lavoro o, peggio, con il circolo del bridge e così viene gravato da angosce che possono dare ugualmente pesanti manifestazioni», spiega lo psicoterapeuta Carlo Lazzari. Luca piangeva sempre sia all’asilo sia a casa, le baby sitter non sapevano più come quietarlo, ma da quando la madre lavora part time le cose sono cambiate e il bambino ha ristabilito un suo equilibrio interiore.
«Un insufficiente amore dei genitori non può essere cancellato e può tradursi anche in depressione, in bisogno esasperato di amore senza condizioni. E questa richiesta viene spostata in età adulta sulla figura di riferimento più vicina: in genere, il marito o il fidanzato. Si esige da lui sempre di più, lo si sottopone a incredibili test pur di ottenere uno sguardo in più, una carezza, un tono di voce di conferma», aggiunge Lazzari. Appena ciò non accade, si precipita nell’abisso della paura, fra gli artigli della più cupa sofferenza.
Il rischio è che tutte le dimostrazioni di solidarietà, fedeltà, affidabilità e dedizione vengano inconsciamente paragonate alla richiesta insoddisfatta verso il padre o la madre e fatte oggetto di rimprovero. Si arriva così alla sensazione sbagliata di aver perso il partner anche quando questi è molto vicino, perché il desiderio insoddisfatto di “esseri visti e amati” riaffiora di continuo. La relazione di coppia, se impostata su queste basi, rischia di fallire perché simili dinamiche alimentano le passioni, i su e giù di scomposti desideri e rischiano di intralciare i rapporti stabili, i matrimoni dove centro di interesse è la reciprocità, il bene reciproco, la quieta e laboriosa routine non interrotta da continui cali di umore.
Nelle scienze del comportamento non si parla tanto di “amore”, “love”, quanto, piuttosto, di una serie di atteggiamenti costanti di cura (“caring”) e di supporto alla crescita del bambino. Si è visto nelle ricerche della psicologa americana Robin Norwood, autrice di Donne che amano troppo e nelle ricerche di Carlo Lazzari sulla Sindrome di Samo che i bambini vittime di un amore discriminante (“ti amo se…”, “ti amo quando…”) incominciano a sviluppare fin dalla giovinezza atteggiamenti autolesivi, come un basso rendimento scolastico e, nei casi più gravi, più tardivamente, anche altre manifestazioni di disagio come la delinquenza minorile, autolesioni sul corpo o alienazione mentale. Pensiamo agli Hikikomori in Giappone, ragazzi “feriti” a livello psichico che vivono chiusi nelle loro stanze e che talvolta non trovano neppure la forza di mangiare ciò che viene loro consegnato…

Una spirale continua

L’amore incondizionato e un sano equilibrio nelle relazioni di attaccamento tra il bambino e le sue figure primarie (genitori, fratelli, zii, nonni, ecc.) è importante per salvare la vita di ognuno di noi. Ma non è facile raggiungere questo equilibrio... I bambini spesso non sono amati per quel che sono, ma soltanto per quanto rappresentano. Hanno però le antenne e percepiscono velocemente questa incongruenza che diventerà per loro fonte di inquietudine, materiale negativo da cui partire per stabilire rapporti, intrecciare amicizie. Molto spesso i genitori amano i propri figli in maniera differente rispetto a ciò di cui hanno bisogno. Alcuni padri lavorano in maniera ossessiva perché sono stati educati che un buon guadagno è il modo migliore per dimostrare l’amore. Molte madri dedicano tanto tempo alla cura di se stesse oppure sono costrette a orari oltremisura.
Spesso e volentieri alcuni comportamenti vengono tramandati dalla famiglia d’origine ai discendenti. Un padre che è stato educato alla passione per il lavoro, trasferirà il proprio modo di vedere e vivere l’affettività alla prole. Sia essendo assente fisicamente, sia ribadendo in vari modi lo stesso concetto. Come detto precedentemente, i genitori non sono consapevoli del modo di comportarsi e dei possibili effetti negativi sui propri figli, non conoscono altre strategie comportamentali se non quelle che loro stessi hanno appreso durante l’infanzia. Quindi, non possiamo sostenere che si comportino in quel modo poiché non amano i loro bambini! Anzi, forse perché li amano molto cercano di dar loro quel che hanno ricevuto… E la spirale dei meccanismi alterati continua…

Le aspettative fuorvianti

Anche nelle migliori situazioni può accadere che padri e madri non riescano a vedere i figli per quel che sono. Accade sovente che i genitori nutrano nei loro confronti grandi aspettative e perdano la visione dell’insieme e della realtà dei fatti. F.E. è un noto chirurgo plastico, papà di G. che ama il disegno e l’arte. F.E. continua a impiegare ogni energia per costringere G. a occuparsi di medicina, gli propone addirittura lezioni private di anatomia. Il sogno di questo padre è quello di ampliare il suo studio per lasciarlo a G., così come avevano fatto i suoi genitori con lui. Molti papà e mamme rivivono attraverso le vite dei propri figli le loro opportunità mancate; spesso li stimolano in vari modi, tanto da non permettere loro di vivere pacificamente l’affettività, gli interessi preferiti.
Molti, vivendo in una società “veloce”, continuano a stimolare i loro bambini con tante attività differenti pensando che questo sia il modo migliore per dimostrare loro affetto. Sbagliato… Frequentemente, i figli preferirebbero passare un’ora in un prato ad oziare con la mamma invece di correre tutto il tempo tra un’attività e l’altra. Sicuramente esistono dei genitori che, a causa delle loro storie di vita, non riescono a dare questo tempo ai propri figli. Invece, ci sono altre categorie di genitori che vivono l’affettività in maniera differente: per loro alcuni comportamenti e attenzioni semplici sono veicoli d’amore. Come spesso succede nella comunicazione tra persone, il messaggio che il mittente vuole mandare a volte viene recepito in maniera distorta da colui che ascolta. Se consideriamo che il ricevente è un bambino con capacità cognitive ed emotive in fase di sviluppo, possiamo comprendere ancora meglio i fraintendimenti che ci possono essere tra genitori e figli. I figli non riescono a decodificare alcuni comportamenti dei genitori come amorevoli e affettivi.
«Ci possiamo chiedere allora che cosa accade nella sfera emotiva e cognitiva di un bambino che vive l’infanzia senza quell’apporto adeguato di affetto che si aspettava. Come detto precedentemente, molto spesso tendiamo a rimettere in pratica, nella vita adulta, quegli schemi emotivi e comportamentali appresi durante l’infanzia», spiega lo psicologo Angelo Collevecchio. Se consideriamo una donna che durante l’infanzia ha sempre visto i propri genitori come persone distaccate e poco affettive, non ci possiamo sorprendere se cercherà partner con le stesse caratteristiche. Questo meccanismo non è un atteggiamento consapevole, è la riattuazione di un modello di affettività appreso durante l’infanzia. «Nel momento in cui si scontra con altri stili comportamentali affettivi, la situazione degenera e non si riesce a leggere l’affettività nei comportamenti dell’altro», dice Collevecchio. Molti si chiedono se sia possibile uscire dal proprio passato. Se è possibile comprendere che siamo vittime di “trappole relazionali” che diventano prigioni…
Secondo Peter Schellenbaum, teologo e psicanalista che ha scritto quel classico sull’argomento che è La ferita dei non amati, la  prima cosa da fare è appunto la capacità di diventare consapevoli. Esaminando il proprio passato, molto spesso si scopre che si è attratti da persone che mettono in atto alcuni particolari comportamenti o che hanno, nei nostri confronti, degli atteggiamenti emotivi ben definiti e questo schema relazionale si perpetua dai genitori ai figli. Bisogna poi rompere il cerchio della ripetitività, aprire il varco a nuovi orizzonti.

Come uscirne?

La psicologa americana Lorna Smith-Benjamin spiega che una persona poco o mai amata nell’infanzia è disposta persino a donare la propria vita a una “qualsiasi altra” pur di ricevere un briciolo d’amore incondizionato. Lo psicologo Carlo Lazzari ha scoperto che una donna o un uomo possono decidere addirittura di condividere consapevolmente con il partner l’Aids o una grave malattia pur di ricevere da quest’ultimo un segno di “riconoscenza” (Sindrome di Samo). Il deficit iniziale (genitori poco amanti) viene come fotocopiato in tutte le relazioni attuali (partner poco amanti). Come dire? Nella dipendenza affettiva o nella Sindrome di Samo che cominciano a manifestarsi già nella prima adolescenza, nelle prime relazioni importanti con i coetanei, avviene l’errore di cercare ancora l’amore impossibile copia degli antichi genitori. Così la tragedia si ripete in un circolo vizioso senza fine.
«Come già accennato, bisogna rompere il cerchio. E per farlo occorre sapere che Qualcuno ci ama comunque, Qualcuno che è più grande, gioioso, misericordioso, buono dei nostri genitori. Per arrivare a sposare questo punto di vista, occorre una rivoluzione interiore spesso attuata sotto l’assistenza di uno psicologo o di un sacerdote che sappia aiutare il bambino non amato a sviluppare strategie di attaccamento a persone “giuste” e poi ad aprire il suo cuore oltre l’orticello familiare», spiega Angelo Collevecchio.
Il punto è capire che siamo parte integrante di una storia più grande ed è in questa trama la nostra salvezza. Anche la preghiera e la meditazione possono essere un toccasana. Il cosiddetto “Christian Healing” o “Guarigione Cristiana”, titolo di molti libri di spiritualità, altro non è che un suggerimento a cercare nella condivisione con la comunità religiosa con la quale ci si identifica quei sostegni emotivi importanti per andare avanti. «La lettura di libri sacri, la partecipazione ad attività della propria comunità religiosa, lo sforzo di essere di sostegno per gli altri attraverso il volontariato hanno guarito molte persone che erano vittime di “non amore” nella propria infanzia. Molte figure spirituali o persino sante provenivano da storie di maltrattamento infantile. Ma una luce o una percezione profonda di un qualcosa di metafisico e il sostegno di un gruppo di persone mosse dallo stesso progetto di solidarietà sono le terapie perfette per curare le ferite dell’anima e fare felici scalate morali», sostiene Carlo Lazzari. La meditazione non finisce dopo i venti-trenta minuti di seduta, ma diventa un modo complessivo di percepire e amare che ogni volta dobbiamo richiamare con più attenzione e precisione alla mente.
«Ai non amati manca il senso dei cicli critici della propria vita, in quanto rifiutano di sé tutto ciò che non è perfetto. Riconoscere i modelli energetici e gli schemi che li inibiscono accresce e affina questo senso. Quando si fa attenzione a questi modelli si è presenti a se stessi, senza essere risucchiati nel vortice delle frustrazioni sofferte durante l’infanzia, da cui ci si distacca, come abbiamo visto, dedicandosi a nuove cose, nuove persone», spiega Peter Schellenbaum. In questo modo, si acquista forza per affrontare più attivamente le situazioni difficili.
Nel suo libro, Schellenbaum spiega che il senso di isolamento che deriva da amare esperienze (vissute soprattutto nell’infanzia e nell’adolescenza), da abbandoni nei momenti decisivi, da trascuratezza, rifiuto, non amore può essere superato attraverso la rinascita all’Amore, che in questo caso è impegno a volgere in positivo il negativo ricevuto. Così può realizzarsi il riscatto. E, lo sappiamo bene, ognuno di noi, come il più debole dei non-amati, ha in se stesso una scintilla di una forza eroica che trasforma i no in sì. E ciò vale sia nei confronti di se stessi che verso gli altri. Il motto che Schellenbaum si sforza di ripetere è proprio quello di volgere tutta l’energia dedicata a ripensare al non amore in gentilezza e tenerezza verso le persone. Difficile da fare? Anche vendicarsi, nutrire rancori, covare invidie è un programma di non facile realizzazione... Ricordiamolo.

I bisogni dei bambini
Ecco i principali bisogni primari che i bambini devono soddisfare durante l’infanzia: legami stabili con gli altri (protezione, stabilità, cura e accettazione); autonomia e senso di competenza; libertà di esprimere emozioni e sogni, spontaneità; autocontrollo e limiti. Se la persona, nonostante la presa di consapevolezza delle proprie esigenze, non riesce a liberarsi dagli schemi disfunzionali del passato, non si deve escludere di chiedere aiuto ad un professionista, a un sacerdote, a un trainer dello spirito che facilita la consapevolezza e di conseguenza la risoluzione delle “trappole emotive”.


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