San Pier Giuliano Eymard (1811-1868)

«Ha cercato la risposta ai bisogni del suo tempo e l’ha trovata nell’amore di Dio manifestato in modo speciale dal dono di Cristo nell’Eucaristia» (Regola di vita, 2).

«Sono stato proprio come Giacobbe, sempre in cammino». Con queste parole il padre Eymard riassume, nella piena maturità, il percorso della sua storia. Sempre in cammino perché si è lasciato condurre dallo Spirito per vie imprevedibili.
Pier Giuliano Eymard nasce il 4 febbraio del 1811 a La Mure d’Isère, provincia di Grenoble (Francia), all’inizio di un secolo in cui si creano le premesse di trasformazioni senza pari in tutti i settori dell’attività umana.


La Mure d’Isere (Grenoble), paese natale di Pier Giuliano Eymard.

La sua vita, segnata dal duro apprendimento dei doveri familiari e dal lavoro manuale fin dall’infanzia, è illuminata e sostenuta da una forte religiosità e da un ideale che egli realizzerà malgrado tutto e malgrado tutti: diventare prete. Ordinato sacerdote nel 1834, attraverso una breve ma feconda esperienza pastorale nelle parrocchie di Chatte e Monteynard, scopre una sete insaziabile per il servizio di Dio e dei fratelli che lo conduce a scegliere la vita religiosa nella congregazione dei padri Maristi. Vi resterà dal 1839 al 1856: sono anni fruttuosi di vita di preghiera e di apostolato, che lo porteranno fino alle più alte cariche in seno a quella congregazione.
Ma, sotto la cenere, brucia uno straordinario amore verso l’Eucaristia.

Abbandonati i Maristi, si dedica interamente al nuovo progetto da cui è stato conquistato: la fondazione di una famiglia religiosa votata all’amore di Gesù Eucaristia. Questo passo decisivo è preparato da alcune forti esperienze spirituali. Un pomeriggio del gennaio 1851, mentre pregava nel santuario di Fourvière (Lione), «un pensiero mi assorbì talmente da farmi perdere ogni altro sentimento. Nostro Signore nell’Eucaristia non ha, per glorificare il suo mistero d’amore, una congregazione religiosa che ne faccia il suo scopo. È necessario che ve ne sia una».

Attraverso molteplici grazie, dalla roccia di Saint-Romans (1835/37) al Corpus Domini a Lione nel 1845, l’amore di Dio non solo venne portato in primo piano, ma si cristallizzò nella contemplazione del mistero di Gesù Cristo presente nel sacramento dell’Eucaristia. Questa maturazione interiore si esprime in scelte sempre più impegnative. Con l’approvazione di mons. Sibour, arcivescovo di Parigi, padre Eymard dà inizio alla congregazione del Santissimo Sacramento. È il 13 maggio 1856. Il sigillo definitivo da parte di Pio IX arriverà nel 1863.
Nel frattempo il santo, insieme a Marguerite Guillot, dà vita anche al ramo femminile della sua famiglia religiosa: le Ancelle del SS. Sacramento (1858).
La profonda vita eucaristica dell’Eymard si manifesta nella preghiera ai piedi dell’Eucaristia ed in un intenso apostolato che privilegia, in modo particolare, i ragazzi poveri delle periferie parigine. Nasce l’«opera della prima comunione degli adulti», si fa più attenta l’accoglienza dei sacerdoti, cresce l’animazione di comunità cristiane e di gruppi laicali che volentieri il fondatore associa al suo impegno missionario. Questo fuoco d’amore, lo consuma velocemente. Si spegne il primo agosto del 1868, a soli 57 anni di età.
Quasi cento anni dopo, il 9 dicembre del 1962, al termine della prima sessione del Concilio Vaticano II, papa Giovanni XXIII lo eleva alla gloria degli altari, riconoscendo la validità delle sue intuizioni carismatiche e delle sue realizzazioni innovatrici. San Pier Giuliano appartiene alla stirpe dei profeti: il suo messaggio e la sua figura continuano ad essere proposti al popolo cristiano come l’esempio di una vita veramente eucaristica. La sua memoria liturgica si celebra il 2 agosto.
 

San Pier Giuliano Eymard,
in una delle ultime foto
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Un profeta nel secolo delle rivoluzioni

Il mondo in cui ha vissuto il padre Eymard

Il 1800 segna il trionfo del cavallo-vapore. Finito il tempo delle «energie dolci» (il vento, la corrente dei fiumi, la forza dei muscoli, i docili buoi !), le miniere inghiottono migliaia di esseri umani che strappano alla terra il carbone e il ferro. Tra il 1830 e il 1860, la Francia impianta la sua rete ferroviaria, fabbricando qualcosa come 80 mila chilometri di rotaie. Il paesaggio cambia. I camini delle officine e delle locomotive emettono strane nuvole che giungono ad oscurare il cielo.

La rivoluzione industriale è cominciata lentamente all’inizio del secolo, con la meccanizzazione tessile, ma ben presto le macchine si impongono in ogni dove e sottomettono l’uomo al loro ritmo. I quartieri industriali crescono sempre più e comincia l’esodo dalla campagna verso le città dove le condizioni di vita degli operai sono miserevoli.

A quella industriale, si somma la rivoluzione sociale. La borghesia (il Terzo Stato) che, il secolo precedente, aveva lottato contro i privilegi ed il potere della nobiltà, ha ottenuto il Codice civile napoleonico mentre la Monarchia di Luglio e Napoleone III servono i suoi interessi.

Ma essa deve ora affrontare un avversario nuovo, le «classi pericolose». È così che i borghesi designano nel 1847 i sei milioni di operai che lavorano per loro. Uomini, donne e ragazzi sgobbano dodici o quattordici ore al giorno per una paga da fame.
 

La rivoluzione industriale
del XIX secolo.

Gli operai non hanno alcun diritto (i sindacati non esistono ancora), e vivono in tuguri, soffitte, scantinati, alloggi minuscoli. È l’inferno che descriverà Zola.

È il terreno di coltura del capitalismo moderno. I ricchi, all’inizio del secolo, conservavano attentamente il loro oro… Dopo il 1850, il denaro esce dai suoi nascondigli e viene investito: le grandi famiglie degli industriali e dei banchieri ammassano fortune enormi.
La borghesia ama il denaro: «Arricchitevi con il lavoro (degli operai !) e con il risparmio», aveva proclamato Guizot, sotto la Monarchia di Luglio. Il consiglio è seguito alla lettera; la borghesia rifiuta tutto ciò che potrebbe infastidire il suo egoismo e la sua sete di ricchezze. Per questo essa è volentieri anticlericale, legge e rilegge Voltaire e non crede che al progresso, alla scienza e all’avvenire...

La Chiesa: gli appuntamenti mancati

Il secolo XIX è stato per la Chiesa di Francia il secolo degli appuntamenti mancati. Ma anche quello di un incontestabile successo.
La restaurazione vede il ritorno dei Borboni: Luigi XVIII e Carlo X. Con loro la Chiesa riprende l’influenza che aveva avuto prima della Rivoluzione. L’alleanza del «trono e dell’altare» è ristabilita. Grazie agli «ultras» (i realisti conservatori) e a Carlo X essa riguadagna in parte il terreno perduto. Le si dà il controllo delle Università. I preti dirigono i collegi e prendono in mano la scuola primaria.
Ma parte del popolo insorge contro tali prerogative. E la classe borghese che ha vissuto la Rivoluzione e Napoleone come inizio di una società laica e libera dalle influenze della Chiesa, non vuole tornare indietro. Parigi si solleva e abbatte Carlo X nel 1830. È la condanna della sua politica clericale. Battersi contro la Chiesa diventa sinonimo di lotta per salvare le acquisizioni della rivoluzione.

Un’altro appuntamento mancato è quellotra la Chiesa e la scienza. Nonostante il successo del famoso predicatore Lacordaire che attira le folle a Notre Dame e il lavoro innovativo di qualche teologo, il pensiero religioso del XIX secolo è povero e non resiste alle critiche degli uomini di scienza che si dichiarano volentieri atei.
Infine la Chiesa disconosce il mondo operaio. Certo, qualche vescovo protesta con energia contro il capitalismo insorgente, contro le condizioni di lavoro e lo sfruttamento. Ma sono la minoranza. E la gran massa degli operai ignora la Chiesa e l’Evangelo.
Non mancano, tuttavia, realizzazioni positive. Il XIX secolo vede la creazione di centinaia di congregazioni nuove. Religiosi e religiose si fanno missionari, insegnanti, si mettono al servizio dei malati o dei poveri. Alla fine del secolo, due missionari su tre sono francesi. Essi si lanciano alla conquista di terre lontane e di popoli ancora sconosciuti. Dal loro lavoro, qualche volta troppo strettamente legato al processo di colonizzazione, nasceranno le Chiese del Terzo Mondo, l’avvenire della Chiesa.

La pietà mariana conosce uno sviluppo straordinario. La Vergine appare in diversi luoghi: a Parigi in Rue du Bac, a La Salette, a Lourdes... Nel 1854 viene proclamato il dogma dell’Immacolata Concezione. L’umiltà di Maria, la sua vita discreta e nascosta, sono proposte all’imitazione dei fedeli.

 
Chiesa con l’adorazione
solenne e perpetua
Ci si può rammaricare che i cristiani non abbiano saputo apprezzare i profondi cambiamenti del loro tempo ed adattarvisi. Solo alla fine del secolo, Leone XIII percepirà la dimensione sociale della giustizia e del lavoro. Ma non sarà inteso che da un piccolo numero.
Questa è la società e questa è la Chiesa in cui si trova a vivere e ad operare il padre Eymard; questo è il suo mondo. Lì nascono i bisogni cui egli sarà chiamato a rispondere con la sua spiritualità e le sue opere.

Il percorso interiore del padre Eymard

Pier Giuliano Eymard è nato il 4 febbraio 1811 a La Mure d’Isère, decimo ed ultimo figlio di una famigia originaria della regione dell’Oisans.

Una pietà austera

Nel 1804 suo padre Julien, vedovo con sei figli, si era risposato con Madeleine Pelorce e si era trasferito a La Mure dove aveva acquistato casa in Rue de Breuil, la strada dei negozi e dei commerci, istallandovi la sua officina di utensileria e impiantandovi un torchio per produrre olio di noci. La famiglia fu provata da lutti in successione: alla nascita di Pier Giuliano, sette figli erano già morti nello spazio di qualche anno.

Solo lui e la sorella Marianne, figlia di primo letto, sopravviveranno. Ma su questo altopiano della Matheysine dove la vita è così dura, la religione è fervente e austera, segnata dal giansenismo, e la fede cristiana che impregna la vita, aiuta a sopportare ogni prova.

Fin dall’infanzia, Pier Giuliano conosce questa pietà austera; moltiplica le penitenze e le visite al Calvario del paese e si attiene ad una estrema vigilanza.

Tuttavia, al termine della sua vita, egli ricorda soprattuttutto la sua attrazione verso l’Eucaristia: «La più grande grazia della mia vita è stata una fede viva nel SS. Sacramento, fin dalla mia infanzia».
 

La vecchia chiesa di La Mure d’Isere dove fu battezzato Pier Giuliano

Riceve la prima comunione a 12 anni e, da quel momento, sogna di farsi prete. Suo padre, però, si oppone al progetto. Nel 1829, un tentativo al noviziato degli Oblati a Marsiglia, si trasforma in un fallimento: ha sopravvalutato le sue forze ed ora torna a La Mure estenuato. Solo dopo la morte di suo padre, il 3 marzo del 1831, libero ormai di scegliere, il ventenne Eymard entra nel Seminario diocesano di Grenoble e, il 20 luglio 1934 è ordinato sacerdote.


La cattedrale di Lione ai piedi della collina di


Un marista in carriera

Giovane prete, comincia ad esercitare il ministero come viceparroco a Chatte. Nel 1837 è nominato parroco a Monteynard. Sono anni in cui egli continua in modo sistematico la sua formazione intellettuale. Quando nel 1839 il padre Touche, missionario oblato, gli rivela l’esistenza della Società di Maria, egli sceglie la vita religiosa in quella congregazione, lasciando i suoi e partendo per Lione.
Nell’estate dello stesso anno inizia il suo noviziato, facendo l’apprendistato della vita marista alla scuola del fondatore Jean-Claude Colin. È proprio costui che, tre mesi più tardi, lo nomina direttore spirituale al collegio di Belley e, di lì a cinque anni, lo nominerà primo assistente e poi visitatore generale.

Associato al governo generale della congregazione, padre Eymard allaccia numerose amicizie a Lione, facilitato anche dal compito di direttore del Terz’ordine di Maria. Nel 1849, in occasione di una visita alla comunità marista di Parigi egli scopre le opere eucaristiche recentemente fondate nella capitale.
Nominato superiore del collegio di La Seyne-sur-Mer nel settembre del 1851, Eymard ritrova Cuers che ha creato nel frattempo un gruppo per l’adorazione. Il suo ministero pastorale, oltre che nel collegio, si esercita – in questo tempo – tra gli ufficiali, i marinai, i galeotti del bagno penale. Poco alla volta, percepisce la chiamata ad un’altra missione. Così, dopo un tempo di riflessione, liberato ormai dalle sue funzioni nel 1855, abbandona la congregazione marista per fondare quella del SS. Sacramento.

Un’«opera eucaristica»

Sono alcune esperienze spirituali «eccezionali» che lo conducono a questa decisione.
La prima avviene mentre pregava al santuario lionese di Fourvière nel gennaio 1851, Eymard fu «fortemente impressionato» dal pensiero dello stato di abbandono spirituale in cui versavano i preti secolari, della mancanza di formazione dei laici, della inadeguata devozione verso il SS. Sacramento e dei sacrilegi commessi contro l’Eucaristia. Da qui il pensiero di «creare per gli uomini ciò che si è già stabilito per le donne, un corpo di uomini per l’adorazione riparatrice».

A La Seyne, nella primavera di due anni dopo, nel corso del suo ringraziamento alla messa, percepisce una nuova chiamata. Scriverà: «Dio mi ha condotto per gradi alla sua Congregazione. Egli me ne ha mostrato, un po’ alla volta, i sacrifici. Infine, a La Seyne, egli me li ha chiesti tutti fino alla croce, fino all’abbandono» .
In seguito a questa «grazia di donazione», Eymard raccoglie i primi elementi di un «ordine eucaristico»: traccia degli schemi di Costituzioni invita dei preti ad orientarsi verso quest’opera, prepara anche dei giovani... Ma dopo un incontro decisivo con padre Favre, che ha sostituito nel frattempo Colin alla guida della congregazione, egli comprende di non poter realizzare quest’opera alI’interno dei Maristi e ottiene di essere sciolto dai voti. Tuttavia, di fronte alle difficoltà che questa decisione suscita nel suo istituto, con uno spirito di abbandono totale Eymard accetta di sottomettere la questione all’arcivescovo di Parigi e di osservare la sua decisione.

Il 13 maggio 1856, davanti all’arcivescovo della capitale mons. Sibour, Eymard assicura: «Noi adoriamo ma vogliamo anche far adorare. Vogliamo occuparci della prima comunione degli adulti». Sibour adotta l’opera e dà il suo beneplacito. La congregazione del SS. Sacramento è nata; conta due membri: Eymard e l’amico Cuers, ordinato prete l’anno prima.
 
L’opera del padre Eymard in una interpretazione pittorica di D.

La notte dolorosa

L’opera inizia assai poveramente. Eymard occupa una dipendenza della villa Chateaubriand in Rue d’Enfer. Preparativi materiali, attesa di candidati, precarietà di risorse: è nell’indigenza che egli inaugura la sua fondazione nell’Epifania del 1857 con l’esposizione del SS. Sacramento. A Pasqua dell’anno successivo, la comunità si trasferisce al numero 68 del sobborgo Saint-Jaques; lì si organizza l’Opera della prima comunione degli adulti, opera analoga a quella che don Chevrier sta per creare al Prado di Lione.

Nel 1859 Eymard apre un secondo «cenacolo» a Marsiglia e ne confida la responsabilità a Cuers. Una terza fondazione si apre nel 1862 a Angers, con un orientamento analogo. Poi due altre a Bruxelles nel 1866 e 1867 e una casa di formazione per il noviziato a Saint-Maurice, nella diocesi di Versailles. Nel frattempo, nel 1863, il fondatore ottiene da Roma l’approvazione canonica del suo istituto, ne pubblica le Costituzioni, cerca di realizzare una fondazione addirittura al Cenacolo di Gerusalemme, compie un lungo e decisivo ritiro a Roma e s’impegna per la fondazione delle Ancelle del SS. Sacramento, la cui superiora generale diventa Marguerite Guillot.

Sfinito dalle responsabilità e dalle diverse forme di ministero che lo impegnano sempre di più, segnato da prove di ogni genere, il padre Eymard vive i suoi ultimi anni in una notte dolorosa di cui sono eco le sue note. Nel mese di luglio del 1868 è costretto a ritornare in famiglia per riposarsi. Il 21 luglio arriva a La Mure ormai semiparalizzato e muore il primo agosto.
Beatificato nel 1925, Pier Giuliano Eymard è stato canonizzato da Giovanni XXIII il 9 dicembre 1962, al termine della prima sessione del Vaticano II.

Parole semplici e dirette

Quali sono le attività apostoliche cui si è particolarmente dedicato san Pier Giuliano Eymard?

Innanzitutto la predicazione. Eymard è un predicatore. Si applica al ministero della Parola in maniera costante. Da prete diocesano egli ha cura di istruire e di nutrire spiritualmente i suoi parrocchiani. Marista, prende parte a delle missioni parrocchiali, predica numerosi ritiri, assicura l’insegnamento religioso dei giovani e, in modo del tutto particolare, forma i membri del Terz’ordine.

Fondatore, egli forma i religiosi e le religiose dei sui istituti attraverso istruzioni ed incontri le cui note sparse non danno che un tenue riflesso della ricchezza della sua dottrina. A tutti predica l’Eucaristia.

La sua parola è semplice e diretta. Il suo accento comunicativo. Senza cercare di provare o di dimostrare, egli procede per affermazioni. Predica Gesù Cristo, l’amore di Dio, suscita la conversione e conduce i fedeli all’Eucaristia. Negli ultimi anni è l’adorazione che lo prepara alla predicazione. Non c’è in lui nessuna rottura tra la contemplazione e la parola: «Il predicatore – affermava – è un uomo che prega ad alta voce».
 
San Pier Giuliano Eymard in una
tavola di Moscini

Catechesi missionaria

Eymard è particolarmente attento, poi, a quella vera e propria catechesi missionaria che si svolge attraverso l’opera della prima comunione degli adulti. Il 30 dicembre 1856 il vescovo Sibour gli aveva trasmesso la proposta di «rianimare nella periferia della città la fede e la pietà ormai completamente spente», ed Eymard vi si applicò senza indugio.

Con la collaborazione dei laici, aiutato da Guillot e dalle sue Dame catechiste, egli va alla ricerca degli apprendisti e degli operai delle fabbriche; li raduna, li catechizza. A loro volta, essi saranno apostoli tra i loro compagni di strada e gli amici; attraverso di essi Eymard raggiungerà anche le famiglie. È la sua opera prediletta.
A causa degli incarichi ricoperti ma anche per una grazia personale, Eymard ha esercitato anche il ministero importante dell’«accompagnamento» spirituale: a Belley, a La Seyne, e ancora a Lione presso i terziari. La sua corrispondenza contiene numerose lettere di direzione sia a suor Marguerite Guillot e che alle sue suore; e poi a «persone del mondo», a molte donne ma anche ad uomini. Egli si rivolge a ciascuno in modo personale con una grande varietà di toni e di stili. Si preoccupa soprattuto di illuminare la pietà, nutrire la fede, formare dei cristiani convinti e attivi. La sua pedagogia si iscrive nella stessa linea della sua predicazione.

Un «compagno» per molti

C’è, infine, il suo ministero verso i preti. Cosciente «dell’abbandono spirituale dei preti secolari e dei laici devoti», Eymard ne accompagna molti. Fin dal sorgere del suo istituto, egli prevede di accogliere nelle sue comunità, sia come membri a pieno titolo sia come associati, i preti che si ritirano dal ministero e desiderano trascorrere il loro pensionamento nella preghiera. A questo desiderio profondo dell’Eymard si collegheranno l’Associazione dei Sacerdoti Adoratori, creata nel 1879 da Marie Hébert de la Rousselière, e la Fraternità sacerdotale, fondata nel 1901 da Eugène Prevost.

I sentieri di un’anima

Eymard non ha composto trattati sistematici di spiritualità. Ha redatto soltanto le Costituzioni dei suoi istituti in cui propone in maniera succinta un ideale di vita spirituale ed ha abbozzato – senza perfezionarli – alcuni schemi di Direttorio per l’utilizzo da parte dei fedeli. Così, la sua spiritualità emerge dalla sua vita, dalle sue esperienze e dagli scritti che ha lasciato.

Nella sua opera sul cammino spirituale del padre Eymard («L’ora del Cenacolo»), Louis Saint-Pierre ha fortemente sottolineato ciò che il santo ha ricevuto dal suo ambiente: la fede austera di una famiglia molto provata, il gusto per la mortificazione corporale, il desiderio di una vita eroica. Pier Giuliano ha vissuto nel contesto giansenista della «religione del dovere», dove la virtù è austerità e il piacere, peccato. Nelle sue prime lettere alla sorella così come nella predicazione del giovane viceparroco di Chatte, si trovano spesso accenti doloristi e echi delle «temibili verità» della religione.

Ma sopravvengono alcune grazie speciali che provocano dei cambiamenti spirituali importanti e lo conducono da una «religione della paura» alla strada dell’amore. Le note personali del padre Eymard ci permettono di cogliere questi successivi «passaggi», attraverso tre avvenimenti.

La croce che fiorisce

Il primo passaggio è legato alla roccia di Saint-Romans. Quando è giovane viceparroco a Chatte, Eymard ama andare a pregare sul Calvario della vicina parrocchia di Saint-Romans. In una data non precisata vi riceve una grazia particolare che rivelerà alla signorina Nathalie Jordan.

È a lei che, il 27 agosto 1867, egli confida: «Nella tua orazione, cerca di nutrirti di Dio piuttosto che di purificarti o umiliarti; ... nutri la tua anima della verità personificata nella divina bontà di Dio verso di te, della sua tenerezza, del suo amore personale; ecco il segreto della vera preghiera: scoprire l’azione e il pensiero di Dio nel suo amore per noi!... Ma per arrivare a questa preghiera vitale, bisogna semplificare il lavoro dello spirito attraverso la contemplazione semplice e calma delle verità di Dio. Il segreto di questa contemplazione sta nel vedere anzitutto le cose dal punto di vista della bontà di Dio per l’uomo.

Quando l’anima ha la fortuna di trovare questo buon punto di vista, la preghiera si trasforma in una contemplazione deliziosa, dove il tempo passa veloce... È la mia roccia di Saint-Romans».
 
San Pier Giuliano Eymard in una tradizionaqle immagine di C. Luzzi

Il mistero della passione che gli è familiare, gli viene rivelato come mistero d’amore e di dono. I consigli che egli dà alla signorina Lepage il l0 ottobre 1867 esprimono bene il cammino che egli stesso ha percorso: «Medita sulla passione di nostro Signore Gesù Cristo non come modello di espiazione e di penitenza, bensì come prova del suo amore per noi e per tutti. Per liberare la croce della nostra vita dalle sue asprezze e dalle sue cose orribili, l’amore di Gesù ha fatto fiorire la sua croce con i fiori del Paradiso».

Lo spirito nuovo

Il secondo passaggio affiora alla coscienza del santo nella festa del Corpus Domini del 1845, a Lione. Il padre Eymard, marista, è invitato a presiedere la processione del Corpus Domini che si tiene nella parrocchia Saint-Paul.
« La mia anima – egli nota – si è trovata bene. Essa è stata penetrata dalla fede e dall’amore di Gesù nel suo divin Sacramento». Ciò che egli ha provato, è stata la conferma di una attrattiva che sente da tempo: «Portare tutti alla conoscenza e all’amore di Nostro Signore, non predicare che Gesù Cristo e Lui eucaristico».
Questa è una grazia che riguarda il suo ministero. La sua predicazione e la sua direzione spirituale sono centrate su Cristo e sul Cristo eucaristico. È qualcosa di più di una decisione, è uno spirito nuovo che lo afferra.

«Non vivo più io...»

Il terzo passaggio si colloca nel contesto del «grande ritiro di Roma» del 1865. Eymard non ha mai smesso di leggere la sua vita alla luce del Vangelo. Ne sono testimoni le note personali che egli ha lasciato, dal quadernetto della sua prima comunione nel 1823 all’ultimo ritiro di Saint-Maurice nel 1868. Vi si ritrovano dei temi privilegiati: la vita battesimale, la chiamata di Dio, il disegno di Dio nella sua vita («Dio mi ha guidato» è un leit-motiv), l’umile considerazione di se stesso, il ringraziamento e la lode.

Nel 1865, mentre risiede a Roma per l’affare del Cenacolo di Gerusalemme, egli compie un corso di «esercizi spirituali» eccezionale per la sua durata (più di nove settimane), per la sua ampiezza (egli trascrive tre meditazioni al giorno; il manoscritto conta 412 pagine) e per l’importanza delle grazie che vi riceve.
Seguendo le feste ed i testi liturgici egli intraprende una lucidissima riflessione su se stesso, la sua vocazione, la sua missione di fondatore.

Il 21 marzo nota: «Ringraziamento. Al termine ho compiuto il voto perpetuo della mia personalità a Nostro Signore Gesù Cristo tra le mani della Vergine Santa e di san Giuseppe...; niente per me, nessuno, e domandando la grazia essenziale, niente per me. Modello: l’incarnazione del Verbo». Egli conclude con queste parole attribuite al Signore: «Io sarò la persona della tua personalità e la tua personalità sarà la mia vita in te. Non son più io che vivo, è Cristo che vive in me (Galati 2, 20)».

È la risposta radicale del padre Eymard al dono del Signore nell’Eucaristia. Questa grazia trasforma in maniera duratura tutta la sua vita e la sua azione apostolica. Egli non smetterà di meditare e di predicare il testo dell’epistola di san Paolo ai Galati insieme con il discorso di Gesù dopo l’Ultima Cena così come è riportato dal capitolo XV del Vangelo di Giovanni. Il «Cenacolo» diventa una realtà interiore ed egli scopre la sua missione sotto una luce nuova: «La milizia eucaristica, siamo noi! Noi abbiamo le due grandi missioni della milizia: servire e combattere».

L’Eucaristia liberata


La spiritualità del padre Eymard è centrata sul mistero dell’Eucaristia. Naturalmente, egli vi si avvicina con la teologia del suo tempo, accentuando la «presenza reale». Tuttavia egli saprà liberarsi poco a poco dall’aspetto devozionale ed uscire dalla linea esclusiva della «riparazione» nella quale si muove quasi esclusivamente la pietà eucaristica del diciannovesimo secolo, per fare dell’Eucaristia il centro di tutta la vita cristiana e anche della vita sociale. «Nessun altro centro che Gesù eucaristico» egli nota.

«Il SS. Sacramento ha sempre dominato», scrive egli nel suo ultimo ritiro, caratterizzando così in modo incisivo la forma di vita cristiana che egli propone. Al centro sta la presenza di Cristo nell’Eucaristia. Fedele alla teologia post-tridentina, Eymard sottolinea fortemente – a scapito, talvolta, di una sana teologia sacramentaria – il fatto di questa presenza e il suo carattere unico: l’Eucaristia è la persona del Signore. Da qui le sintetiche affermazioni con cui si esprime la sua fede: «La santa Eucaristia, è Gesù passato, presente e futuro... È Gesù sacramentato... Beata l’anima che sa trovare Gesù nella divina Eucaristia e in Gesù Ostia ogni altra cosa».
Ma pur sottolineando questo aspetto «personalista», il padre Eymard comprende che questa presenza è alla fonte di un dinamismo, è legata alla missione: «Grazia di apostolato: fede in Gesù. Gesù è là, dunque a Lui, per Lui, in Lui».
Questa fede nell’Eucaristia si nutre della meditazione della Parola di Dio. L’adorazione, che egli propone come forma di vita ai suoi religiosi e in modo più largo ai fedeli, è un mezzo per lasciarsi penetrare dall’amore di Cristo.
Questa preghiera si ispira alla Messa. Egli invita a pregare secondo il metodo dei quattro fini del sacrificio con lo scopo di «far come rivivere, nel culto eminentissimo dell’Eucaristia, tutti i misteri della vita di nostro Signore», nell’attenzione e docilità allo Spirito Santo, «per progredire ai piedi del Signore nel raccoglimento e nella virtù del santo amore» (Costituzioni n. 15-17). Ben lontana dal bastare a se stessa, l’adorazione tende verso la comunione sacramentale.
 

Icona moderna di
san Pier Giuliano Eymard


La prudenza non è più una virtù

Eymard è stato un promotore infaticabile della comunione frequente. In un bel testo del 1863, esprime chiaramente il ruolo centrale dell’Eucaristia: «Convinto della verità che il sacrificio della santa messa e la comunione al corpo del Signore restano la sorgente vitale e il culmine di tutta la religione, ciascuno ha il dovere di orientare la sua pietà, le sue virtù, il suo amore affinché diventino dei mezzi che permettano di raggiungere questo fine: la degna celebrazione e la ricezione fruttuosa di questi divini misteri».

Il santo rompe con la pratica della sua epoca quando, con il pretesto del rispetto al sacramento, molti pastori chiudevano l’accesso all’altare. Ecco come si esprime in una lettera: «Colui che vuole perseverare, riceva nostro Signore. E un pane che alimenterà le sue povere forze, che lo sosterrà. E la Chiesa che vuole così. Essa incoraggia la comunione quotidiana: testimone il concilio di Trento. Qualcuno dice che bisogna usare molta prudenza... Ma, gli si risponde, questo nutrimento preso ad intervalli di tempo tanto lunghi non è che un cibo straordinario; dov’è dunque il nutrimento ordinario che mi deve sostenere ogni giorno?».

La comunione diventa il perno della vita cristiana: «La santa comunione, soprattutto, deve essere il fine della vita cristiana... ogni esercizio che non ha rapporto con la santa comunione, è fuori dal suo miglior fine». Comunicarsi fruttuosamente dell’Eucaristia è un gesto che cambia la vita: «Nostro Signore viene sacramentalmente in noi per vivervi spiritualmente» scrive nelle note del grande ritiro di Roma. E alcuni mesi prima di morire annoterà: «Colui che non si comunica, non ha altro che una scienza speculativa. Egli non conosce altro che dei termini, delle parole, delle teorie; ignora ciò che esse significano... L’anima che si comunica, prima aveva solo un’idea di Dio, ma ora lo vede, lo riconosce alla santa tavola».

Il fuoco e la fiamma

«Una vita puramente contemplativa non può essere pienamente eucaristica: il fuoco ha una fiamma», scriveva Eymard a Cuers nel 1861. Adoratore, egli è anche un apostolo appassionato dell’Eucaristia e ha tracciato delle strade per glorificare questo mistero. Le linee portanti della sua azione e dei suoi insegnamenti possono essere così sintetizzati.
Anzitutto un rinnovamento della vita cristiana. Non si tratta soltanto di lottare contro l’ignoranza o l’indifferenza, ma di rigenerare anche la vita cristiana che si perde in pratiche o devozioni. Si dimentica l’essenziale, il centro.
Nei preliminari del Direttoria degli aggregati, egli pone questo principio: «L’uomo è amore come il suo prototipo divino. Come è l’amore, così è la vita». E spiega che «ogni amore ha un inizio, un centro, una finalità». Da questo principio, Eymard trae tutta una pedagogia per gli esercizi spirituali: «Affinché l’anima devota si rafforzi e cresca nella vita di Gesù Cristo, bisogna nutrirla dapprima della sua verità divina e della bontà del suo amore, affinché essa proceda dalla luce all’amore, e dall’amore alle virtù».

Dove nasce il mondo nuovo

Egli ha fondato degli Istituti con questo scopo. Essi sono chiamati a vivere di quello spirito d’amore di cui l’Eucaristia è il Sacramento: «Che questo amore eucaristico di Gesù sia per i nostri la legge sovrana della virtù; che sia il soggetto del loro zelo e la nota dominante della loro santità», scrive in uno dei tanti schemi di Costituzioni. Comunità plasmate dall’amore.
Nello stesso modo egli concepisce l’Aggregazione come gruppo di laici che uniscono adorazione e impegno apostolico; per questo crea dei centri non solo attorno alle sue comunità sacramentine, ma anche in numerose parrocchie. Qualche volta il santo sembra pensare – come afferma L. Saint-Pierre nel suo libro – a «degli aggregati che, con lo scopo di condurre una vita più eucaristica, si riuniscono in comunità di famiglie e formano nel mondo come un piccolo cenacolo religioso».

L’ideale che affida ai suoi figli è quello di «mettere il fuoco dell’amore eucaristico ai quattro angoli della terra». E ai suoi religiosi raccomanda, nelle Costituzioni, «che il Signore Gesù sia sempre adorato nel suo sacramento e glorificato socialmente nel mondo intero». Questo è il senso dell’espressione «regno dell’Eucaristia» che ritorna spesso nelle parole dell’Eymard.
In un articolo intitolato Il secolo dell’Eucaristia, scritto nel 1864 per la rivista da lui fondata, Le Très Saint Sacrement, san Pier Giuliano nota: «Il grande male del nostro tempo è che non si va a Gesù Cristo come al proprio Salvatore e al proprio Dio. Si abbandona il solo fondamento, la sola legge, la sola grazia di salvezza... Che fare dunque? Risalire alla fonte della vita, e non tanto al Gesù storico né al Gesù glorificato nel cielo, ma piuttosto a Gesù nell’Eucaristia. Bisogna farlo uscire dal suo nascondimento perché possa di nuovo mettersi alla testa delle società cristiane... Che venga sempre più il regno dell’Eucaristia... Adveniat Regnum tuum».

Questo linguaggio porta senza dubbio il segno del suo tempo, ma esprime con forza la sua convinzione: dall’Eucaristia nasce un mondo nuovo.

La galleria dei ritratti

Che uomo era il padre Eymard, quale viso possiamo dargli, quale ricordo hanno conservato di lui i suoi contemporanei?

Innanzitutto, quale ritratto? Il padre Eymard non è sfuggito all’abbondanza delle immagini pie, prezzo della celebrità religiosa. Ma noi abbiamo la fortuna di possedere di lui un ritratto ad olio, una scultura e una quindicina di fotografie.
Il ritratto è stato realizzato a La Seyne, quando egli era superiore del collegio. È il primo e anche l’unico ritratto realizzato mentr’egli era vivo. Viso emaciato, le mani giunte, lo sguardo volto verso il cielo: ecco una interpretazione mistica del padre marista che dirigeva con mano maestra il collegio. Per comprendere questo ritratto che ci può sembrare innaturale, possiamo evocare la testimonianza di uno dei suoi allievi di La Seyne: «La sola vita del padre Eymard, sia in casa che fuori, era una predicazione eloquente; egli sembrava essere una copia vivente di Gesù Cristo che trascina le genti al suo seguito... Noi desiderevamo ardentemente contemplare la sua angelica figura e ascoltare le sue parole che ci sembravano venire dal cielo».
Poi c’è il busto di bronzo di Rodin – il sommo scultore francese –, opera datata 1863.
L’incontro di Rodin con il padre Eymard fu breve ma decisivo. Depresso per la morte della sorella, Rodin pensò di entrare in convento. Alla fine del 1862 venne a trovare il padre Eymard in Rue du Foubourg Saint-Jacques. Il padre gli offrì di partecipare alla vita della comunità.
 

Foto di Rodin al lavoro sul modello del busto del padre Eymard

Ma ben presto Rodin fu ripreso dalla passione della scultura e p. Eymard gli fece installare un atelier improvvisato nel giardino del convento. Permise anche al giovane artista di realizzare il suo ritratto e l’incoraggiò a proseguire nella sua vera vocazione: quella di scultore. Nel busto di bronzo oggi conservato al Louvre – gli zigomi salienti, il naso diritto e fino, la fronte alta e libera, la capigliatura composta con cura dall’artista, lo sguardo profondo del contemplativo – il padre Eymard indossa il mantello ed ha il petto attraversato da una banda su cui è incisa l’iscrizione: Laudes ac gratiae... SS.mo Sacramento. E la formula di preghiera che è ripresa di ora in ora nelle comunità e che il novizio Rodin ha recitato e scolpito poi qui come per identificare il suo maestro in maniera irrefutabile.

Infine, risalenti agli anni che vanno dalla fondazione della congregazione fino alla sua morte, gli archivi posseggono una quindicina di fotografie di cui alcune sono sfuocate. I ritratti del XIX secolo possono sembrarci rigidi e solenni; ma non dimentichiamo che anche con la luce migliore, bisognava contare circa un minuto di posa negli studi fotografici dell’epoca. Seduto in poltrona, in primo piano, di fronte o a tre quarti, il p. Eymard appare come un personaggio che si impone. Talvolta egli tiene in mano un libretto, le Costituzioni senza dubbio: è il maestro che insegna. Su certe lastre il viso si illumina. Ma è sempre, qualunque sia la posa, lo stesso sguardo nel viso angoloso del montanaro di La Mure, con le fossette e gli zigomi marcati, che rivela l’uomo e l’apostolo.
Il suo viso esprimeva, in fondo, ciò che egli proponeva ai suoi discepoli, diventare degli «esseri di fuoco».

Nei differenti processi canonici, alcuni hanno tracciato il suo ritratto. Così un marista, il padre Molino: «Alto, figura magra dagli zigomi pronunciati che rivelava un asceta, ma pieno di dolcezza e di finezza del Delfinato. Nella conversazione, la sua voce un poco strascicata ma simpatica, era quella di un uomo che pensa parlando. Egli era serio e tuttavia aveva sempre un sorriso amabile sulle labbra e nel suo sguardo. Io non l’ho mai visto inquietarsi, dire una parola dura o aspra ai suoi confratelli».

L’opera del padre Eymard

A) Tra i paria della capitale francese


L’impegno del padre Eymard tra i giovani operai, gli straccivendoli, i poveri della periferia parigina. L’opera prediletta della prima comunione degli adulti.

II periodo storico in cui il padre Eymard ha vissuto, è stato segnato da avvenimenti che hanno profondamente scosso la Francia, l’Europa e l’Italia con lo Stato Pontificio in particolare. Pier Giuliano vedrà il suo paese passare dall’Impero alla Restaurazione, dalla Monarchia di Luglio, alla Seconda Repubblica e al Secondo Impero; e tutto questo in un clima di opposizioni feroci, di sommosse continue e sanguinose.

Tra i forzati e i detenuti

Dimorando a La Seyne-sur Mer nel 1852, il padre Eymard visita i detenuti delle carceri di Tolone. Si tratta di circa 4.000 forzati cui predica probabilmente nel 1854, un ritiro. Scrive infatti alla signorina Tholin: «Anche sotto la catena ci sono anirne belle».
Nel dicembre 1852, dopo il colpo di stato che riporta al potere Luigi Napoleone, un moto rivoluzionario si scatena nel Mezzogiorno e il collegio di La Seyne è minacciato da una banda di 2.000 rivoltosi. Un gran numero di essi è arrestato. Il padre li visita e predica loro a bordo del vascello Le Genereux dove ne sono detenuti trecento. Riferisce: «Sono altri uomini. Passeggio tra loro, mi stanno intorno e conversiamo di tante cose».

Quando il padre Eymard giunge a Parigi il 30 aprile 1856 – dove rimarrà fino alla morte – trova una città in pieno sviluppo industriale in cui inizia ad apparire un proletariato fino allora sconosciuto in quelle proporzioni e in quelle forme.
Tra il 1851 e il 1866 Parigi passa da 1.053.000 a 1.825.000 abitanti. In precedenza erano occorsi cinquant’anni alla capitale – dal 1801 al 1850 – per raddoppiare la sua popolazione. Una tale massa è costretta a rifluire verso la periferia perché il centro della città viene occupato da immobili di nuova costruzione riservati alle classi agiate.
Nel 1853 la media del salario quotidiano è di 3 franchi e 81 e gli operai spendono in media un terzo del loro salario per l’acquisto del solo pane... Nasce da qui la necessità del lavoro delle donne per equilibrare uno stipendio precario.
 

Icona moderna di
san Pier Giuliano Eymard

Nel quartiere Saint-Jacques

In tali condizioni è sorprendente forse che i quartieri operai diventino focolai di malcontento e di violenza? Durante la «sommossa della fame» del 1848 a Parigi la linea di battaglia segna la frontiera tra la Parigi borghese e la Parigi operaia. Questa frontiera passa anche per Rue Saint-Jacques e i punti nevralgici saranno Porte d’Enfer e Porte St. Jacques.

È proprio in questo quartiere periferico che il padre Eymard giunge, il primo maggio 1856, presso i Padri del Sacro Cuore di Maria. Lo scopo del suo viaggio è quello di fare un ritiro per sottoporre al giudizio di un direttore imparziale la sua attrattiva a fondare una Congregazione votata all’adorazione del SS. Sacramento.
Il 13 maggio va all’arcivescovado per cercare una risposta definitiva a questo «grande affare» che lo assilla da anni e occupa il suo pensiero. L’Arcivescovo Mons. Sibour lo incontra per caso nell’anticamera. Appena il padre Eymard presenta l’idea della nuova società la risposta dell’Arcivescovo è immediata e chiara: «No, no... È puramente contemplativa... Io non sono per queste cose... No, no!».

Il padre Eymard risponde prontamente: «Vostra Eccellenza si inganna sul nostro scopo. La nostra non è una società puramente contemplativa. Noi adoriamo, certo, ma vogliamo anche far adorare. Poi dobbiamo occuparci della prima Comunione degli adulti». «La Prima Comunione degli Adulti - esclama l’Arcivescovo - è l’Opera che mi manca, l’Opera che desidero!...». La cosa viene trattata immediatamente in consiglio episcopale e la fondazione è approvata.

Non si sottolineerà mai abbastanza questo fatto determinante. È al ministero della Prima Comunione degli adulti, per il quale il padre Eymard si è impegnato, che l’Istituto del SS. Sacramento deve la sua esistenza.

Dove non arriva la gendarmeria

Il primo giugno, poche settimane più tardi, nello stesso stabile in cui aveva svolto il suo ritiro, il padre Eymard avvia la sua prima fondazione. E un anno dopo si trasferisce al numero 68 del quartiere St. Jacques, un quartiere operaio con gli stessi gravi problemi della periferia parigina: lavoro sfibrante per gli uni, disoccupazione per gli altri, condizioni abitative miserabili in cui qualche volta si patisce la fame. Accanto si snoda Rue Muttefard, la via degli straccivendoli. Essi componevano il sottoproletariato più misero, ma il padre Eymard considerava come una vittoria che lo riempiva di gioia il loro arrivo per il catechismo. Inizia così la missione del padre Eymard tra i giovani operai.

Si tratta di ragazzi vagabondi o mandati ad imparare un mestiere, che hanno lasciato passare l’età del catechismo della Prima Comunione e per i quali i sacerdoti delle popolose parrocchie della capitale non hanno alcuna attenzione. Se ne contano a migliaia a Parigi. I quartieri attigui alla residenza della prima comunità sacramentina ne sono pieni: cenciaioli, funai, fiammiferai, lavoranti, sfaccendati, indigenti, mendicanti: queste sono le reclute della nuova Opera.

Vengono accettati solo «gli adulti che hanno passato l’età del catechismo o quelli che, a causa delle loro infermità o del loro lavoro non possono assistervi». Ci sono tre Prime Comunioni all’anno: verso Natale, Pasqua e l’Assunta. Tre mesi almeno sono consacrati alla preparazione di quei giovani che per i primi tempi si riuniscono tre volte alla settimana e poi tutti i giorni con un ritiro di tre giorni prima della festa.
Il padre Eymard confiderà che questo lavoro di catecumenato era il più faticoso che avesse mai avuto. Ed è lui per di più che si prende cura dei casi più difficili. Oltre al tempo materiale impiegato, quale tensione per suscitare e mantenere l’attenzione di quei giovani che hanno lavorato per 12 o 13 ore negli stabilimenti o hanno trascorso la giornata vagabondando per le strade!

Nella rivista Le Très Saint Sacrement del 1864 il padre scrive: «I frutti non si limitano ai giovani operai, raggiungono anche i loro genitori. Quante volte questi, profondamente stupiti dai progressi e dalla felicità dei loro figli, sono andati a trovare il padre catechista e timidamente gli hanno detto: ‘Non ci siamo sposati in chiesa..., non abbiamo fatto la Prima Comunione’. Quante volte siamo stati chiamati presso gli ammalati senza religione! In tal modo la prima comunione del figlio salva anche i genitori».

L’attività del fondatore si estendeva a tutto il quartiere e oltre. Essendosi recato al Foss-aux-Lions per amministrare un battesimo, sulle prime fu accolto da insulti che però cessarono quando i fanciulli ai quali aveva impartito la prima comunione lo riconobbero e gli corsero incontro. Diceva un testimone: «Noi non vediamo nessun gendarme che osi introdursi nel nostro quartiere, però spesso vediamo il buon padre Eymard».

«Mi chiamano il padre dei poveri»

Le testimonianze dei padri Tesnière e Stafford ci danno la certezza che il padre Eymard si consacrò all’Opera della Prima Comunione fino alla sua morte: «Nulla ha trascurato al quartiere Saint-Jacques e al Boulevard Montparnasse per preparare, col catechismo impartito di sera, i giovani e gli adulti della classe operaia alla prima comunione».
Questo lavoro fra gli operai ha letteralmente assorbito il padre Eymard e l’ha avvicinato ai ceti più diversi: «Io purtroppo – diceva – sono troppo conosciuto. Non ho il tempo di fare il necessario: ora mi chiamano addirittura il padre dei poveri».

Assumendo il ministero della prima comunione degli adulti il fondatore ha fatto la scelta di un ambiente sociale non solo segnato dalla miseria, frutto dell’ingiustizia, ma anche lontano dalla Chiesa anzi, ostile ad essa. Il ceto operaio aveva infatti l’impressione di contare poco per la chiesa e di non essere difeso nei suoi diritti essenziali. Il padre Eymard si considerò come investito di una missione per tale ambiente sociale e religioso emarginato.
Ecco alcune sue considerazioni pronunciate pochi mesi prima della sua morte: «La Congregazione del SS. Sacramento abbraccia il fine più bello cui possa aspirare un ordine religioso; essa dunque deve anche perseguire la più bella missione: aiutare ciò che c’è di più miserabile e di più corrotto. Cosa volete, quando si parla di cenciaioli non si può scendere più in basso. Ora, noi abbiamo tanti cenciaioli questa volta. È una bella missione: ricorda l’invito di nostro Signore per l’Eucaristia. Il primo fu rivolto ai grandi che rifiutarono (...). Il re allora riprese: ‘raccogliete i miserabili e fateli entrare’. Per questo dobbiamo essere fieri e contentissimi di questi bisognosi: i grandi verranno dopo (...). Ecco la nostra grandezza! Quanto è buono il Signore!».

Il padre Eymard è cosciente delle conseguenze di tali scelte e le fa sue. Ai suoi religiosi diceva nel 1859: «Se invece di questi fanciulli noi dovessimo istruire dodici principi, la gente direbbe: ‘Oh, questi signori... quanto bene fanno! Che grande Ordine!’. Quanto è insensato il mondo!». E il 26 febbraio 1861 così scriveva all’abate Danion: «A Parigi siamo conosciuti solo dalla gente misera e povera».

Piccoli briganti di strada

Per realizzare questo ministero il padre Eymard prende l’iniziativa di associare a sé un’équipe di religiosi e soprattutto di laici: giovani delle Conferenze di S. Vincenzo, persone che ricorrono a lui per la direzione spirituale, membri dell’Aggregazione del SS. Sacramento e signore che confezionano vestiti e raccolgono i considerevoli fondi di cui l’Opera necessita.
Pier Giuliano è cosciente che tale collaborazione risulta benefica anche ai laici impegnati: «Abbiamo iniziato il ramo delle ragazze e delle donne adulte... Molte signore cristiane piene di dedizione impartono loro l’istruzione religiosa operando in tal modo un duplice bene». Notevole è soprattutto la collaborazione degli stessi operai che assicurano il «reclutamento» e «si intrufolano dovunque con una abilità ed una grazia incantevole».

Se il primo scopo del padre Eymard è quello di aprire quei giovani all’azione di Gesù Cristo nell’Eucaristia, la sua attività tende anche a trasformarli, a «civilizzarli e umanizzarli» come dice lui stesso. «Questi piccoli briganti della strada a poco a poco si umanizzano... Non sono più gli stessi».
Il santo, con tutti i mezzi di cui dispone e con il suo modo di vedere si adopera per farli uscire dal loro sentimento di umiliazione, di emarginazione, per riportarli nella società. «Giunge il momento della prima comunione, in cui ogni comunicando è riabilitato: tutti sono belli in quel grande giorno; prendono il loro posto nella Chiesa e nella società».
Per la maggior parte di quei fanciulli il primo vestito nuovo era quello della prima comunione nella cappella di Rue d’Enfer.

Gli anni che ci separano dalla morte di san Pier Giuliano Eymard hanno conosciuto un considerevole ampliamento della riflessione sul mistero dell’Eucaristia e sul suo posto nella vita della comunità ecclesiale. Ma anche con i limiti del suo tempo, egli ha scoperto che essere al servizio dell’Eucaristia significa anche essere al servizio dell’uomo, della società. Ci ha mostrato – in conclusione – che una vita non può essere pienamente eucaristica se non è consacrata agli uomini. (Efrem Chaignat)


B) Fraternità per i laici e le famiglie

Nel clima di ascolto della volontà di Dio manifestata attraverso gli eventi e sotto il prepotente impulso della «grazia eucaristica» interiore, san Pier Giuliano Eymard sceglie di trasmettere a persone di ogni condizione di vita e di ceto sociale il messaggio dell’Eucaristia. Nascono così comunità di laici formate dal sacramento dell’altare.

II desiderio di Pier Giuliano Eymard era quello di tradurre il carisma dell’Istituto religioso da lui fondato, cioè dei Sacramentini, non solo in un’ispirazione ideale capace di animare tutti i fedeli, ma in un modo di vivere quell’ideale insieme ad altri fratelli di fede, in una comunità di laici.

Per la stragrande maggioranza dei cristiani, vale a dire per il laicato, sembrava allora che le condizioni stesse della vita familiare e di lavoro costituissero un handicap insormontabile per un cammino comunitario di fede, cioè per quel minimo di continuità regolare nel riunirsi con altre persone per mettere in comune la propria esperienza di fede. La paura di legami che potessero inceppare la vita familiare, la stessa precarietà dell’esistenza e il conseguente rifugio nel privato, tutto insomma sembrava dissuadere, allora come spesso anche oggi, dal tentare simile esperienza.
Ma, allora come oggi, come già duemila anni fa il giorno della Pentecoste quando tremila persone si aggregarono alla comunità dei discepoli, lo Spirito Santo, quando e come vuole, rompe indugi e ostacoli.
Eppure diceva a se stesso il Padre Eymard, essere cristiani non può voler dire soltanto compiere pratiche religiose per conto proprio con una certa regolarità.
 

San Pier Giuliano nella vetrata di St.


Il nostro santo non riteneva pienamente soddisfacente neppure il modello di associazione per l’adorazione eucaristica, che fioriva dappertutto nella Francia del secolo XIX. Pur vedendo in esso un ottimo terreno d’impianto per il sogno da lui vagheggiato, sentiva che ad associazioni pie di questo genere mancava qualcosa per essere autentiche comunità eucaristiche. L’Eucaristia gli appariva come il centro propulsore di vita ecclesiale, come la forza coagulante di esperienze individuali di fede verso la formazione di comunità che rendessero visibile quel Corpo di Cristo di cui essa è sacramento.

Uscire dalle mura del convento

Siamo nel 1845, a Lione, città che sente la spinta tumultuosa della prima industrializzazione. Il giovane sacerdote marista è religioso da soli sei anni. Lasciando lo stato di prete secolare, ha cercato in un Istituto sorto di recente un cammino sicuro per la sua vita sacerdotale e la partecipazione ad una comunità evangelizzatrice nella Francia scristianizzata del dopo-rivoluzione.
La spiritualità della Società di Maria, fondata dal p. Gianclaudio Colin, è attinta dalla vita della famiglia di Nazareth. Gesù vi sceglie l’umile lavoro di falegname e la modesta vita familiare in un contesto sociale di paese fuori mano, per incarnare il disegno del Padre su di sé e farne partecipe un’umile donna del popolo, sua madre, e l’artigiano che gli fa da padre.

L’Eymard intuisce che questa è una spiritualità accessibile a tutti, a chi vive in una famiglia preso da impegni di lavoro, non meno che a chi vive in una casa religiosa dedito ad un’attività apostolica. Trova però che questo ideale dei maristi a Via di Puylata non riesce a sfondare le mura del convento. C’è una fiacca inspiegabile in quella associazione di laici che si chiama Terz’Ordine di Maria. Appena ne è nominato direttore, il p. Eymard mette fuoco a quei pochi resti fumanti, aggiungendovi l’esca di nuove proposte di preghiera e di attività. Ridà ai timidi simpatizzanti del quartiere l’impressione che è bello essere Terziari di Maria. I soci crescono a vista d’occhio in un’ambientazione resa meno grigia da un arioso restauro della cappella, luogo della riunione.

Così, in soli cinque anni il Terz’Ordine rivive e fiorisce nei suoi vari rami: giovani e ragazze, uomini e donne. Ognuno viene formato in modo adeguato al posto che occupa in famiglia. Accomunati da un unico amore ispirato da Nazareth, ma ciascuno con il proprio ruolo di papà, di mamma, di figlio, di fratello o di sorella.
Penose incomprensioni interrompono questa esperienza nel 1851. Dio riserva altre mete al suo servo, ma l’avvio sperimentato a Lione lascerà indelebili tracce nei futuri progetti per riunire laici in comunità ispirate dall’Eucaristia.

Il collaudo di Tolone


Fu proprio l’interruzione forzata del ministero lionese ad aprire le prospettive di un nuovo tipo di comunità di laici mediante il trasferimento a La Seyne-sur-mer, cittadina posta sulla costa mediterranea. Nella vicina base militare di Tolone un comandante di marina, Raimondo De Cuers, aveva fondato un’associazione per l’adorazione notturna del SS. Sacramento. Il p. Eymard ne viene nominato direttore ecclesiastico e, con il suo zelo instancabile, riesce a coordinare quell’opera maschile con l’adorazione diurna femminile, realizzando l’adorazione «perpetua» nella chiesa che il vescovo di Fréjus, mons. Wicart, ha affidato da poco ai padri maristi.

Così, a Tolone avvenne il collaudo di quell’opera eucaristica che il nostro santo realizzerà cinque anni dopo a Parigi nel 1856. Allora, chiarendo ancor meglio a se stesso e ai suoi primi compagni il modo di tradurre la centralità dell’Eucaristia in una forma di vita e in una missione inserita nella Chiesa del tempo, fonda la Congregazione del SS. Sacramento. Fin dai primi progetti di Costituzione egli estende questa ispirazione ai laici, associandoli nella «Aggregazione del SS. Sacramento». Il fondatore li pensava come gruppi di persone che dall’adorazione del SS. Sacramento traessero capacità di vivere e di diffondere il messaggio d’amore condensato da Gesù in questo mistero.

Ma come realizzare questi progetti? La diocesi di Parigi pullulava già a quel tempo di iniziative nel campo dell’adorazione eucaristica. Una di esse, I’associazione degli adoratori notturni, era diretta da un caro amico del p. Eymard, mons. De La Bouillerie, che chiedeva pure ospitalità per le riunioni nella cappella dei Padri del SS. Sacramento. Sollecitare i laici ad aderire ad una nuova associazione non sarebbe apparsa concorrenza sleale verso un amico e sostenitore? Pur non rinunciando ad un lavoro di sensibilizzazione all’adorazione presso i frequentatori della chiesa di Rue d’Enfer, e in seguito del quartiere Saint-Jacques, il fondatore non potè fondare a Parigi quella struttura canonica dell’Aggregazione che avrebbe desiderato.

Dove invece potè realizzare il suo progetto anche sul piano organizzativo fu a Marsiglia, dove era vescovo il beato Eugenio de Mazenod, fondatore degli Oblati di Maria Immacolata, presso i quali il giovane Eymard aveva tentato un noviziato interrotto bruscamente da una grave malattia. Da anni quello zelante pastore aveva tentato senza apprezzabili risultati di istituire l’adorazione perpetua nella sua città episcopale. Nel novembre 1859 questo suo sogno divenne realtà con la fondazione dei Padri del SS. Sacramento nella vecchia chiesa dei Minimi. Centinaia di adoratori si iscrissero subito all’associazione e furono distribuiti in turni di preghiera e di attività che ruotavano trimestralmente, in modo che ciascun gruppo assumesse l’impegno di una «Settimana Eucaristica» tre volte all’anno.

Su tale base si poteva anche tentare di stabilire un più stretto legame di vita e di attività tra alcuni di quegli adoratori, riunendoli in «Fraternità eucaristiche». Ebbene, mentre gli artefici del movimento di massa verso l’adorazione furono i padri De Cuers e Leroyer, residenti a Marsiglia, lo stesso fondatore vi si recava periodicamente da Parigi per avviare e promuovere la Fraternità. Si trattava di concretizzare tra i laici il carisma «sacramentino» ed il garante non poteva esserne che il fondatore. Il diario della casa di Marsiglia, tra il 1860 e il 1862 annota espressamente le conferenze del p. Eymard a questa comunità eucaristica di laici.

Possiamo dire che questo fu il punto massimo di realizzazione raggiunto dal santo in questo campo. Ulteriori tentativi ad Angers nel 1862 e a Bruxelles nel 1864 non furono altrettanto fortunati, tanto che il bilancio del fondatore alla sua morte, in una confidenza ai suoi nel dicembre 1867, fu una specie di dichiarazione fallimentare, seppure considerata provvisoria («per ora»). Ma era il segno della croce impresso nella sua opera, quel segno che ne avrebbe garantito la risurrezione e la vitalità futura.


Marguerite Guillot,
fondatrice, con il padre Eymard,
della Ancelle del SS.mo Sacramento.


Predicazione incendiaria

Nel 1863, quando si delineavano abbastanza chiaramente quegli ostacoli ambientali ed umani che sboccarono poi nella citata dichiarazione del dicembre ‘67, il nostro santo si concentrò nella formulazione scritta dello spirito e della forma di vita che avrebbero assunto quelle comunità di laici da lui progettate. Ne vennero fuori quelle varie redazioni del «Direttorio degli Aggregati del SS. Sacramento» che, a nostro avviso, costituiscono il più prezioso testamento del fondatore. In esso noi troviamo delle indicazioni fondamentali per l’attualità di questa iniziativa nella Chiesa. Le riassumeremo in due punti base.

Il primo: l’avvio di una comunità di laici ispirata dall’Eucaristia sta in un forte annuncio dell’amore di Cristo che in questo sacramento si dona personalmente ad ogni uomo per essere sua vita e insieme capacità di comunione con i fratelli.
L’impatto personale e immediato con Cristo mediante questo annuncio, non è sostituibile con nessun ritrovato didattico antico o moderno. L’efficacia incendiaria della predicazione dell’Eymard, pur nella modestia dei mezzi oratori, ne è testimone.

Il secondo: la continuità del cammino comunitario è ancora e sempre legata, dopo il primo incontro con Cristo, alla sequela personale di Lui. Il p. Eymard proponeva agli aggregati di «ridare vita nell’Eucaristia a tutti gli stati della vita passata di Gesù» . In altre parole, si tratta della progressiva e costante attualizzazione del vangelo in un cammino di vita comunitaria, da concretizzarsi certo in momenti di incontro e di preghiera adattati all’ambiente.
Sono due indicazioni assai semplici, ma che ci sembrano decisive: un avvio di annuncio «eucaristico», che rimarrà sempre base e motivo ricorrente di esperienza comunitaria, e una continuità di cammino che si attualizzi nell’Eucaristia alla luce della Parola. (Giuseppe Vassalli)

C) Le passioni del padre Eymard

Le intuizioni del padre Eymard e la fondazione della congregazione sacramentina.
Un dono dello spirito per rispondere ai problemi del suo tempo.


Vi sono, nella vita di san Pier Giuliano Eymard, due passioni che non lo lasciano in pace, che sempre lo spingono in avanti. E sono: la sua sete di Dio e la sua passione per il bene delle anime. Quando il santo crede di aver trovato la via per meglio vivere queste due passioni, di nuovo brucia i ponti, lascia tutto per fondare una nuova famiglia religiosa, la Congregazione dei Sacramentini.

Nell’anniversari o del regicidio

Il 21 gennaio 1851, di buon mattino, il padre Eymard sale al santuario della Madonna di Fourvière. Vi si venera la Madre di Dio come Regina della Francia. Quel giorno è l’anniversario dell’assassinio del re di Francia, decapitato durante la Rivoluzione Francese. Il padre prega per la sua cara Francia. Quante miserie hanno seguito quell’abominevole crimirŠe nazionale! E quanta sofferenza religiosa vede ora dappertutto nel suo paese.
I nemici della Chiesa non erano riusciti nei loro intenti, però la Chiesa era molto indebolita, gravemente ferita. Tutto sembrava da rifare. Egli predicava ritiri e missioni, dava molto tempo alla formazione spirituale dei laici per riportare la fede nel mondo.

Man mano, però, nasce in san Pier Giuliano una convinzione: non abbiamo ancora trovato la strada giusta. Vi è, certo, qualche conversione, si vedono dei piccoli passi in avanti. Ma la società, la Francia, l’Europa languono nell’indifferenza religiosa. Sono queste sofferenze che il santo porta nel suo cuore, quel 21 gennaio, per deporle ai piedi della Madonna. E prega. Cerca di capire quali sono le cause di questa situazione triste, e quali potrebbero essere i rimedi.

Nel silenzio la sua anima è inondata da una luce, soave e forte. Non è ancora molto chiara e distinta. Ma coll’andare degli anni, questa luce non tramonterà più, anzi, si farà sempre più forte. Dopo molte esitazioni e dopo mille rinuncie, sempre fedele alla luce ricevuta, fonderà, nel 1856, una nuova Congregazione, quella dei Sacramentini.
Che cosa vide, dunque, il santo nel santuario di Fourvière? Ai suoi giorni vi erano – come ai nostri – mille problemi. Molti cristiani si lamentavano, aspettavano la fine del mondo. Ma chi vede mille problemi, si sente paralizzato. Dove cominciare? Che posso fare io? Forse questi sentimenti erano presenti anche nel cuore del padre Eymard.

Ma egli capisce chiaramente che, per cambiare il mondo, bisogna cambiare la Chiesa; e per cambiare la Chiesa bisogna cambiare gli animatori della Chiesa. E chi sono questi? Per il nostro santo non sono soltanto i preti. Dalla sua esperienza sapeva quanto possono fare uomini e donne cristiani, impegnati a vivere la fede, anche in ambienti a volte inaccessibili ai sacerdoti.
Capisce, dunque, che bisogna cambiare sacerdoti e laici impegnati. Però, i loro problemi sono diversi. I primi sono parzialmente paralizzati dall’isolamento e dall’abbandono nel quale spesso vivono. I secondi risentono fortemente della mancanza di formazione spirituale. Pieni di buona volontà, non sono capaci di dare al mondo ciò di cui esso ha bisogno, a causa della loro povera formazione. Come rimediare a questo problema? Bisogna attaccarlo alla radice!

E qui incontriamo il nucleo dell’intuizione del padre Eymard: la radice del problema è il fatto che l’Eucaristia non è conosciuta, amata, vissuta e predicata come si vuole.

Uomini di fuoco

La sua passione per il bene delle anime, della Francia e del mondo, gli ispira l’idea di una nuova Associazione di uomini che vivano con l’Eucaristia al centro della loro vita. Così essi diventeranno uomini di fuoco. Le loro case saranno aperte ad altri sacerdoti e laici che, in modi diversi, potranno partecipare alla missione di mettere il fuoco ai quattro angoli del mondo.

In altre parole: l’Eucaristia cambierà i responsabili della Chiesa – sacerdoti e laici –; e questi porteranno il fuoco del regno di Dio nel mondo, raffreddato dal razionalismo e dall’indifferenza religiosa. Questa nuova Associazione potrebbe fare parte della società dei maristi, pensa.
Per tre anni le circostanze non gli permettono di realizzare questo sogno. Lavora, prega, soffre e attende il momento di Dio. Poi fa una nuova esperienza, decisiva.

L’incontro di due passioni

Siamo al 18 aprile 1854. Dopo la Messa, il padre prolunga la sua preghiera di ringraziamento. Si sente felice. E, di colpo, si sente inondato da un’esperienza fortissima dell’amore che Dio ha per lui. Dio che, nell’Eucaristia, dà il suo Figlio a lui, e con il Figlio, gli dà tutto! La prima intuizione della sua nuova vocazione, gli venne in un santuario della Madonna, la seconda, più viva e più chiara, gli viene dopo la comunione eucaristica. Si sente unito a Dio in un modo inesprimibile. «Una grazia di fusione», la chiama poco prima della morte. E nasce il desiderio, fortissimo, di fare qualche cosa di grande per il Signore.

Che cosa potrebbe fare? Non vede cosa più bella che questa: darsi interamente ad una vita e ad un apostolato eucaristico, collaborare alla fondazione di una Congregazione dedita interamente a questo compito.
Così le due passioni di Pier Giuliano Eymard s’incontrano in un progetto che vuol fare dell’Eucaristia l’alfa e l’omega della vita cristiana. Infatti l’amore di Dio non l’ha sperimentato mai come nell’Eucaristia; e l’amore al prossimo non potrà mai trovare espressione più elevata che dando a lui il sacramento della vita.
Il santo capisce che questo movimento ha bisogno di un centro, di un motore, con altre parole, di una Congregazione religiosa di sacerdoti e laici per spingerlo e per orientarlo bene. Ci vuole una Congregazione indipendente dai Padri Maristi.

Così è nata la sua nuova vocazione: ci vogliono ancora anni di sofferenza e di preghiera per arrivare alla fondazione. Ma, sostanzialmente, le idee non cambieranno più. Nel 1856 la Chiesa accetta la sua intuizione. Così è nato il carisma dei Padri Sacramentini.(Harrie Verhoeven)

D) Una guida per il tempo presente

San Pier Giuliano Eymard entra a pieno titolo in quel disegno profetico con cui lo Spirito ha voluto gratificare la nostra epoca.

La vita d’un uomo, spesso fatta di enigmi, ci riserva ancor più misteri quando essa diventa la vita di un santo. Nel nostro caso però ci si trova singolarmente facilitati grazie ai segnali lasciati dallo stesso Pier Giuliano. Noi ci riferiamo in modo particolare a tre sue confidenze che diventano per lo storico della spiritualità tre punti di riferimento.
Il primo appartiene al periodo che segue da vicino la grazia del 18 aprile 1853 che portò a Pier Giuliano Eymard il supplemento di luce di cui egli aveva bisogno per cominciare la sua opera eucaristica: «Una volta, al momento più solenne della messa (all’elevazione del calice) facevo questa preghiera: Domine, in te vivam et pro te moriar (= che in te io viva e per te muoia). Ora dico: Pro te vivam».

Il secondo si può trovare nel diario scritto dal santo durante un lungo ritiro fatto a Roma all’inizio del 1865: «Io sono stato come Giacobbe sempre in cammino, e tutto ciò per giungere alla vocazione eucaristica: Fu necessaria Marsiglia per darmi l’amore esclusivo, il centro; Lione per esercitarlo e pormi sulla strada del Cenacolo, nell’ora stabilita da Dio».

Il terzo, infine, precede di poco la morte del fondatore. Questa volta i confidenti sono i due discepoli prediletti, Frédéric Stafford e Albert Tesnière: «Perché cambi la pietà è necessario attuare una rivoluzione nel modo di predicare... Quando Dio mi ha dato le idee che mi ha dato lassù, a Fourvière, non è per nasconderle. Oggi non si predica più Nostro Signore. Non si osa più pronunciare il suo nome. Bisogna predicarlo; nutrire le anime. Invece non si fa che purgarle, purgarle fino al sangue. Tutti i predicatori, da Bossuet in poi, sono negativi. Oh, certo è facile tuonare dal pulpito, ma bisognerebbe piuttosto nutrire».

L’allievo dei penitenti bianchi

Questi punti fondamentali delineano già il profilo dell’uomo segnato dapprima da quel génie du Christianisme, che aveva trovato in Chateaubriand il suo miglior corifeo. Pier Giuliano Eymard, visse i suoi primi anni in questa spiritualità romantica. Egli doveva certo soffrire del male della sua epoca per ben conoscerlo e potere, più tardi, meglio combatterlo. All’indomani della bufera rivoluzionaria che aveva scosso la Francia, il sentimento religioso più diffuso era quello della riparazione.

Ci si potrebbe meravigliare del risorgere di una tale corrente spirituale se non si conoscesse la tendenza del cuore umano che si arresta più facilmente alla considerazione del peccato dell’uomo che alla grazia di Dio. Questa prospettiva porta a leggere all’incontrario il piano divino della redenzione facendo del Calvario – che è solo un passaggio – una dimora permanente e dimenticando l’aspetto positivo del mistero della salvezza.
Questa spiritualità negativa, dove si possono riconoscere sopravvivenze dell’Antico Testamento, forma il personaggio ma non l’anima della persona. Essa trascina con sé un romanticismo infantile che sembra avere paura della vita e si sofferma lungamente a meditare sulla morte e prende delle precauzioni perché l’individuo possa «salvarsi». Essa contempla un Cristo che muore, che è morto e che viene a giudicare, ma ignora l’«oggi» del Risorto.

La sua mistica del trono e del tribunale non si accorda con la mistica della comunione. Il Regno di Dio non è per essa nel cuore dell’uomo, ma solo nell’aldilà. Essa non conosce il dono del Padre che bisogna condividere con i fratelli, è individualista e non trasmette in eredità se non una magra tradizione che sembra ignorare troppo le ricchezze della Nuova Alleanza.
Pier Giuliano Eymard doveva restare fedele per più di quarant’anni a questa tradizione capace di soddisfare più la giustizia che la santità. Si ritrovano in lui certi eccessi come un amore appassionato per il dolore, una grande importanza data al soggetto della morte, anche la dimora stabilita sul Calvario. E se ne comprende la ragione: egli è l’allievo della scuola dei Penitenti Bianchi del SS. Sacramento di La Mure. Fino al 1853 la pietà eucaristica del futuro fondatore si riassume molto bene nel desiderio che esprime all’elevazione del calice: Pro te moriar, che io possa morire per te!

Il «cenacolo interiore»

La rivoluzione nella pietà e nella predicazione che egli stava per proporre ai suoi discepoli Stafford e Tesnière, Pier Giuliano Eymard la realizzerà dapprima nella sua vita personale e nel suo apostolato. Il «nuovo Giacobbe» conoscerà un cammino lungo e qualche volta doloroso dove l’umana saggezza crederà di scoprire ora l’astuzia o l’orgoglio, ora il capriccio o il risentimento. Numerose e antiche amicizie dovranno essere sacrificate per il trionfo del nuovo ideale. Alla fine, anche il suo primo compagno si ritirerà per restare fedele alle «vecchie idee».

Il fondatore doveva obbedire all’imperativo che voleva del nuovo e degli uomini nuovi. La luce crescente che l’accompagnava sulla strada del cenacolo, l’obbligava a lasciar svanire poco a poco le illusioni della pietà egoistica o delle virtù purgative. È ormai il banchetto del Signore che occuperà nella sua nuova vita il primo posto e che gli darà una visione completa dell’Alleanza nuova. L’«ora del Cenacolo» non comprenderà più soltanto, né principalmente, il dramma passato del Calvario. Perché dovremmo ritornare indietro di diciotto secoli visto che la vittoria del Redentore è ormai permanente ed egli è divenuto nostro cibo attraverso il dono del vero pane del cielo?

Molti anni passeranno giocando soprattutto il ruolo degli apostoli Pietro e Giovanni venuti a preparare la «camera alta». La teoria del «servizio di guardia» voleva allora che la virtù di religione caratterizzasse la nuova congregazione e sosteneva che la perfezione risiedesse innanzitutto negli atti cultuali. Ma questo «trionfalismo» divenne ben presto insufficiente e si fece sentire il bisogno del Cenacolo interiore.
Il fondatore vivrà allora di quella piena tradizione del Vangelo di Giovanni e delle Epistole di Paolo, dei Commentari di Agostino, di Tommaso d’Aquino o dei Padri del Concilio di Trento. E questa esperienza dell’età adulta in Cristo gli permetterà infine di svolgere adeguatamente il suo ruolo di fondatore.
Così, il giorno della sua morte il primo agosto 1868, Pier Giuliano non troverà più nulla da aggiungere alla sua vita se non questa breve conclusione: «Ho detto tutto...». Negli ultimi quindici anni egli aveva vissuto il suo ideale nuovo del «pro te vivam», che io possa vivere per te.

Guida per il nostro tempo

Giunto al termine del suo itinerario spirituale, il fondatore aveva le carte in regola perché la sua rivoluzione nella predicazione e nella pietà eucaristica apparisse legittima e avesse la possibilità di suscitare ancora interesse un secolo più tardi.

Tra i piani tracciati da Pier Giuliano e l’aggiornamento voluto da Giovanni XXIII c’erano sufficienti concordanze perché il Papa del Concilio Vaticano II si degnasse di proporre, il 9 dicembre 1962, all’ammirazione della Chiesa riunita il programma o meglio l’insegnamento vissuto cento anni prima?
Noi crediamo di sì.

L’«ora del Cenacolo» così come fu compresa e predicata dal santo francese del secolo scorso, dovrebbe ormai apparire come uno dei segni profetici della «Nuova Pentecoste» di cui lo Spirito del Signore ha voluto gratificare la nostra epoca.

Ecco perché si ha il diritto di dimenticare le «approssimazioni» eucaristiche di cui si era nutrito il figlio del Penitente Bianco di La Mure, e di ricordare solo l’esempio e la parola sempre valida di questo «Giacobbe» della Nuova Alleanza che, diventando apostolato del cenacolo, invece di essere superato seppe superare se stesso e restare fedele alla sua missione di precursore. (Luis Saint-Pierre)


Sacramentini: una proposta

Se vuoi...


«Venite e vedete» (Gv 1,39). Accogliendo questo invito Andrea e Giovanni hanno fatto esperienza di vita con Gesù. Poco dopo questo incontro con lui si sono impegnati a seguirlo.
Oggi questo invito è lanciato nella Chiesa in tanti modi, ed è percepito da cristiani giovani e meno giovani, ragazze e ragazzi che sono chiamati a lasciare tutto per il Cristo. Fra le numerose vie che si aprono nella Chiesa, c’è quella della Congregazione del SS. Sacramento, fondata da san Pier Giuliano Eymard a metà del secolo scorso.

La risposta del padre Eymard

San Pier Giuliano Eymard fu uno dei profeti del XIX secolo.
Di fronte all’indifferenza e all’ignoranza religiose, favorite dalla rivoluzione industriale, egli intuì il compito privilegiato.che l’Eucaristia deve avere nella Chiesa. Egli ha fondato due istituti religiosi – Padri del SS. Sacramento e Ancelle del SS. Sacramento – incentrati sull’Eucaristia con la celebrazione e l’adorazione e le cui attività mirano a rivelare le ricchezze di questo mistero.

A questo scopo egli ha suscitato nella Chiesa nuove comunità, in cui l’Eucaristia è al tempo stesso come la fonte di ispirazione permanente ed il centro. Con una fede vivissima nella presenza del Signore nel sacramento, egli ha fatto delle sue comunità dei centri di adorazione e di apostolato eucaristici.
Egli stesso si impegnò con passione nella catechesi dei giovani apprendisti e operai della periferia di Parigi, per prepararli a ricevere l’Eucaristia. Con le sue intuizioni ed il suo ministero, ha contribuito a rinnovare la Chiesa in ciò che si riferisce all’Eucaristia e alla sua pratica.

Una missione profetica

La nostra missione si ispira all’esempio e alla grazia del nostro fondatore la cui fonte costante è il mistero dell’Eucaristia, realizzato nella Chiesa e concretamente in una Chiesa locale, con la premura di un contributo specifico in rapporto alla vita spirituale e alle attività apostoliche.
È una missione che vuole essere profetica in rapporto alla comprensione e alla pratica dell’Eucaristia nella Chiesa; che si cala nelle realtà sociali del nostro tempo, con le sue sofferenze e ingiustizie, le sue speranze, le sue lotte e le sue realizzazioni, con il profondo desiderio di promuovere l’unità e la pace in un mondo diviso e frantumato.

Questa missione si realizza attraverso varie attività. Pier Giuliano ha consacrato una parte della sua vita agli adolescenti, ai giovani operai dei quartieri poveri di Parigi per prepararli alla prima comunione. Era la sua opera prediletta.
In altre situazioni, le comunità sacramentine percepiscono oggi le esigenze di giustizia e di comunione che sgorgano dalla celebrazione dell’Eucaristia. Comunità nuove si impegnano direttamente al servizio dei poveri: così fra le favelas o i ranchitos dell’America Latina, nelle savane africane, ai margini delle grandi città occidentali, tra gli emarginati.

Partendo dalle intuizioni del loro fondatore, preti e fratelli del SS. Sacramento portano la loro collaborazione all’animazione liturgica e al movimento ecumenico.
Sappiamo quale grande lavoro resti ancora da fare perché l’Eucaristia sia esperienza di fede e fonte di impegno nella Chiesa. Ogni comunità vuole essere un luogo dove la liturgia è celebrata nella verità. La Congregazione porta il suo concorso a questo lavoro di iniziazione, di catechesi, di creatività, attraverso le sue opere e in modo particolare le sue pubblicazioni.

Ci sono poi numerose altre attività, dal servizio nelle parrocchie e l’assistenza alle comunità ecclesiali, all’animazione dei centri di preghiera e di formazione eucaristica nelle chiese di città o in case di ritiro, alla condivisione della nostra missione con dei sacerdoti e dei laici attraverso le varie associazioni, all’utilizzo della stampa e degli altri mezzi di comunicazione sociale.

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